A noi cafoni ci hanno sempre chiamati
Published on 06/17,2007
Figlio...che andrai a confondere la tua faccia
con la faccia dell'altra gente
e che ti sposerai probabilmente
in un bordello austrambiano
e avrai dei figli da una donna strana
e che non parlano l'italiano.
Ma mamma io per dirti il vero
l'italiano non so cosa sia
e pure se attraverso il mondo
non conosco la geografia...
Angelo è nato a Catania nel 1940.
È arrivato a Sydney nel 1966, seguito, dopo diciotto mesi, dalla moglie e dal figlio di un anno: da allora è ritornato in Italia solo tre volte: l'ultima nel 1991.
Io, in due anni, sono venuto qui in Austrambia già due volte.
Angelo, appena mi guarda negli occhi, il nipotino in braccio, - "Si chiama come il nonno", dice orgoglioso - mi riconosce: capisce che vengo da una terra ruvida ma forte di ulivi secolari come la Sicilia. Gli racconto la mia storia - anche se indubbiamente preferirei ascoltare la sua -, fin quando la fragile manina dell'altro Angelo non riesce finalmente a sgusciare via dalla sua mano legnosa, lavorata da anni di fatiga. Il nonno rincorre il bambino e mi lascia, voltandosi, con un "Non ti perdere... E statti bbonu".
Vado alla bancarella dei cannoli.
Dopo appena dieci giorni di permanenza a Sydney, mi ritrovo al "Primo italiano", a Darling Harbour. Non ho capito esattamente cosa significhi, ma questo è il nome scelto dagli emigrati italiani per la loro festa.
"Pina? No more Ricoddah!" dice perplessa, all'amica, una signora rubizza e piuttosto provveduta del suo, per significare la prematura scomparsa - negli avidi apparati digerenti degli italoaustrambiani, memori di fame antica - dei preziosi dolciumi cilindrici, sicilianamente farciti del dolce e soffice latticino.
Deluso dalla ferale notizia, entro nella sala concerto. Il palco, con i suoi cantanti da sagra della sazizza, non attira la mia attenzione: nihil novi sub sole, direbbe secca la mia professoressa del liceo. Un appena accennato sorriso da déjà vu, e volgo lo sguardo alla platea: i volti, i corpi, le posture, ma anche le giacche degli uomini e le gonne delle signore, sono quelli delle piazze e delle chiese della mia terra.
Nonostante il giornale degli italiani si chiami Fiamma e la radio Movimento, nonostante il banchetto dei Giovani Siciliani d'Australia trasmetta ininterrottamente filmati del paleolitico monsignor Camillo Ruini, nonostante quasi tutti i partecipanti alla festa siano elettori dell'ottavo nano e nonostante la colonna sonora della giornata sia la versione disco della cutugnana "Lasciatemi cantare", la scena di trecento persone sedute ad ascoltare le note di "Con te partirò" mi cattura: brividi di pudore - questa gente coraggiosa, rifletto, non ha avuto le stesse opportunità di cui godo io, che mi lavo i denti tre volte al giorno con il Colgate - o d'orgoglio - anche grazie a loro io sono qui oggi, con un visto di un anno - si rincorrono lungo la schiena e le braccia, fino alle gambe.
Se non ci fosse l'Opera House di fianco, sarei certo di trovarmi a Longobucco, in Sila.
D'ä mæ riva Dalla mia riva
sulu u teu mandillu ciaèu solo il tuo fazzoletto chiaro
d'ä mæ riva dalla mia riva
'nta mæ vitta nella mia vita
... ...
Io, in due anni, sono venuto qui in Austrambia già due volte.
Angelo, appena mi guarda negli occhi, il nipotino in braccio, - "Si chiama come il nonno", dice orgoglioso - mi riconosce: capisce che vengo da una terra ruvida ma forte di ulivi secolari come la Sicilia. Gli racconto la mia storia - anche se indubbiamente preferirei ascoltare la sua -, fin quando la fragile manina dell'altro Angelo non riesce finalmente a sgusciare via dalla sua mano legnosa, lavorata da anni di fatiga. Il nonno rincorre il bambino e mi lascia, voltandosi, con un "Non ti perdere... E statti bbonu".
Vado alla bancarella dei cannoli.
Dopo appena dieci giorni di permanenza a Sydney, mi ritrovo al "Primo italiano", a Darling Harbour. Non ho capito esattamente cosa significhi, ma questo è il nome scelto dagli emigrati italiani per la loro festa.
"Pina? No more Ricoddah!" dice perplessa, all'amica, una signora rubizza e piuttosto provveduta del suo, per significare la prematura scomparsa - negli avidi apparati digerenti degli italoaustrambiani, memori di fame antica - dei preziosi dolciumi cilindrici, sicilianamente farciti del dolce e soffice latticino.
Deluso dalla ferale notizia, entro nella sala concerto. Il palco, con i suoi cantanti da sagra della sazizza, non attira la mia attenzione: nihil novi sub sole, direbbe secca la mia professoressa del liceo. Un appena accennato sorriso da déjà vu, e volgo lo sguardo alla platea: i volti, i corpi, le posture, ma anche le giacche degli uomini e le gonne delle signore, sono quelli delle piazze e delle chiese della mia terra.
Nonostante il giornale degli italiani si chiami Fiamma e la radio Movimento, nonostante il banchetto dei Giovani Siciliani d'Australia trasmetta ininterrottamente filmati del paleolitico monsignor Camillo Ruini, nonostante quasi tutti i partecipanti alla festa siano elettori dell'ottavo nano e nonostante la colonna sonora della giornata sia la versione disco della cutugnana "Lasciatemi cantare", la scena di trecento persone sedute ad ascoltare le note di "Con te partirò" mi cattura: brividi di pudore - questa gente coraggiosa, rifletto, non ha avuto le stesse opportunità di cui godo io, che mi lavo i denti tre volte al giorno con il Colgate - o d'orgoglio - anche grazie a loro io sono qui oggi, con un visto di un anno - si rincorrono lungo la schiena e le braccia, fino alle gambe.
Se non ci fosse l'Opera House di fianco, sarei certo di trovarmi a Longobucco, in Sila.
D'ä mæ riva Dalla mia riva
sulu u teu mandillu ciaèu solo il tuo fazzoletto chiaro
d'ä mæ riva dalla mia riva
'nta mæ vitta nella mia vita
... ...
e u so ben t'ammii u mä e so bene stai guardando il mare
'n pò ciû au largu du dulú un po' più al largo del dolore
e sun chi affacciòu e son qui affacciato
a 'stu bàule da mainä a questo baule da marinaio
e sun chi a miä e son qui a guardare
... ...
'nte 'na beretta neigra in una berretta nera
a teu fotu da fantinn-a la tua foto da ragazza
... ...
'nte 'na beretta neigra in una berretta nera
a teu fotu da fantinn-a la tua foto da ragazza
W i Scarafuagli!!!!
Giù le mani da Longobucco!
1) i ds vincono con percentuali bulgare e all'opposizione c'è rifondazione: l'ottavo nano sta solo nelle favole di biancaneve!
2) t'ha scurdatu u particolare chiù 'mportanti: Longobucco è ara sila, un ci sù canguri e catanisi, ma silli i pinu (porcini che crescono sotto i pini) e ancunu lupu!
W la Sila